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LEGGE 40 del 2004

Diritto Pubblico

03 settembre 2012


Legge 40: ancora una bocciatura. Stato italiano condannato al risarcimento.

Continua ad essere smantellata la legge 40 del 2004, la legge sulla procreazione assistita, della quale lo Studio Gagliardi&Partners si era già occupato, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 22 maggio 2012.

Salgono a 17 i colpi d’accetta inferti alla legge 40 a seguito dei ricorsi dei singoli cittadini italiani, ricorsi avverso questa legge che -com’è noto- consente la procreazione assistita solo a coppie sterili o a quelle che hanno una malattia sessualmente trasmissibile, e solo a queste riconosce la possibilità di effettuare la “diagnosi preimpianto” degli embrioni, cioè la pratica che consente di determinare se negli embrioni siano presenti in nuce malattie gravi, come per esempio la fibrosi cistica.

Contro questa legge, l’ultimo ricorso era stato presentato nel 2010 da una coppia italiana fertile, ma portatrice sana di fibrosi cistica, malattia genetica che può essere trasmessa ai loro figli.

La Corte di Strasburgo ha dato loro ragione ritenendo che anche le coppie fertili devono avere accesso alla procreazione assistita e, dunque, alla possibilità di sottoporre l'embrione alla “diagnosi preimpianto” per stabilire se è malato o no prima di avviare la gravidanza.

La Corte Europea di Strasburgo, chiamata a pronunciarsi nel merito, specificamente, ha bocciato, per violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, due articoli cardine della legge 40 sulla fecondazione assistita: il 4 e il 13, vale a dire quelli che vietano ai coniugi portatori di malattie genetiche -soggetti sani ma non sterili- di ricorrere alla fertilizzazione in vitro.

I Giudici della Corte Europea hanno ritenuto le norme italiane contraddittorie perché da un lato negano alla coppia la “diagnosi preimpianto” in caso di malattie genetiche, in quanto sarebbe eugenetica, e dall’altro autorizzano l’aborto terapeutico di un feto nato malato, giungendo così a definire la legge 40 “incoerente” e “in violazione dei diritti dell’uomo e del rispetto della vita privata e familiare”.

Adesso il governo italiano ha tre mesi di tempo per presentare ricorso innanzi all’alta Camera, intanto è stato condannato al risarcimento della coppia ricorrente di 15.000 euro per danni morali e alla copertura delle spese legali.

Nel frattempo se una coppia italiana volesse accedere alla “diagnosi preimpianto” in un centro di procreazione assistita e questo si rifiutasse di farla, dovrebbe essere adito il Tribunale che avrebbe innanzi a sé la duplice scelta quale quella di emettere la sentenza alla luce della sentenza della Corte di Strasburgo o quella di adire la Corte Costituzionale.

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